Vincenzo Russo, studente del Liceo Mazzini, classe VB Scientifico, è terzo classificato per la sezione napoletana del concorso “Ambasciatori dei Diritti Umani” promosso dalla Società Umanitaria e dalla SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale.
Il concorso si è svolto a febbraio nella sede della Società Umanitaria che ha ospitato 33 studenti di diversi licei napoletani cui è stato proposto il tema “Il diritto al benessere mentale dei giovani e il ruolo della società”. I vincitori sono stati selezionati da una giuria di docenti presieduta dal magistrato Luigi Scotti, già ministro della Giustizia.
La cerimonia di premiazione si svolgerà il 13 maggio in Campidoglio. Con Vincenzo Russo ci saranno la prima e la seconda classificata, rispettivamente Sofia De Micco del Liceo Classico “Pansini” e Federica Pane del “Sannazaro”, insieme ai tre vincitori delle sezioni di Roma e Milano della Società Umanitaria.
Il premio per i nove ragazzi è un viaggio a Bruxelles, dove saranno ricevuti al Parlamento Europeo.
Di seguito il testo di Vincenzo Russo.
Una frase tanto generica quanto efficace nell’affrontare l’esteso tema dei Diritti Umani è quella che fa da apertura alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, formulata dall’ONU nel 1948: “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti”. Sebbene, tuttavia, l’idea di Diritti Umani risalga a tempi antichissimi, e richiamati nella loro essenza durante l’Illuminismo nel XVIII secolo, in particolare nel pensiero del filosofo francese Jean-Jacques Rousseau, il concetto moderno è emerso soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Intanto, prima di proseguire, è opportuno cominciare chiedendosi: “ma cosa sono veramente i Diritti Umani?”. Per Diritti Umani si intendono quei diritti riconosciuti all’uomo semplicemente in base alla sua appartenenza al genere umano. I Diritti Umani riflettono i bisogni umani fondamentali: essi stabiliscono le norme basilari senza le quali le persone non possono vivere in dignità e riguardano uguaglianza, rispetto, libertà e giustizia. La loro premessa sostanziale è che ogni persona è un essere morale e razionale che merita di essere trattato onorevolmente. Sono chiamati in questo modo perché sono universali e appartengono ad ogni persona semplicemente perché è viva, indipendentemente da chi sia o da dove abiti.
Volendo restringere un po’ il campo dell’immenso insieme di sfaccettature e significati celati dietro la definizione di Diritti Umani, ho scelto di porre la mia attenzione e analizzare quei diritti intesi come il diritto al benessere mentale del singolo individuo, con un focus particolare alla mia generazione, in un’epoca che sta vivendo l’avvento della tecnologia e della digitalizzazione.
Risulta curioso e quasi paradossale come una seconda frase che si coniuga pertinentemente, a mio avviso, con quanto l’approfondimento di questo tema richieda, e cioè sul benessere alla salute mentale dei giovani e in particolare sull’inclusione sociale (scuola, famiglia, amici…) e sulle varie neurodiversità, sia stata concepita oltre duemila anni fa, durante il I sec. d.C. da Quintiliano, considerato proprio il padre della pedagogia e dell’istituzione scuola nel senso strettamente moderno del termine:
“In aetatem infirmam et iniuriae obnoxiam, nemini debet nimium licere” -> nessuno deve permettersi troppo nei confronti di un’età troppo debole ed esposta alle offese.
Dietro queste poche e semplici parole si nascondono un’infinità di significati: sebbene Quintiliano intendeva denunciare e criticare, in primis, il ricorso alle punizioni corporali, approccio educativo, ahimè, di norma a quell’epoca per migliorare l’apprendimento; questa stessa frase potrebbe comunque essere declinata, in termini più moderni, come un pericolo nel concedere troppo ad una generazione ancora immatura e in via di definizione della propria identità come l’adolescenza nel mondo di oggi.
Johnatan Haidt, psicologo e sociologo statunitense, ha affrontato questa tematica nei suoi studi sulla “generazione ansiosa”. I dati non lasciano spazio a dubbi: tra il 2012 e il 2018 il tasso di adolescenti che soddisfano i criteri di un disturbo di ansia e mancanza, alla base, di benessere mentale è salito dal 34% al 44% in alcune regioni degli Stati Uniti, una crescita repentina ed esponenziale a dir poco spaventosa.
Non solo, ragazze e ragazzi appartenenti a “gruppi stigmatizzati” hanno visto un aumento significativo dell’ansia più marcato rispetto ad altri gruppi, evidenziando disuguaglianze preoccupanti.
I gruppi stigmatizzati possono essere collettività o anche singoli individui a cui la società attribuisce, attraverso pregiudizi e stereotipi, un marchio negativo (stigma appunto) basato su caratteristiche fisiche, sociali o comportamentali e percepite come inferiori o devianti; possono essere un esempio le persone con malattie mentali o fisiche, le minoranze etniche e comunità LGBTQ+, le persone in condizioni di povertà estrema o anche con corpi non conformi agli “standard sociali” (Elephant Man).
Spesso, purtroppo, queste persone sono discriminate ed emarginate e tutto ciò nasce, a mio avviso, da un’enorme ignoranza e da una mentalità ancora nel terzo millennio troppo stretta e chiusa, che si traduce in preclusioni spesso basate sulla preferenza per la presunta “normalità sociale”.
Tutto questo sistema contorto ha generato delle ripercussioni, talvolta anche gravi, come l’esponenziale aumento di casi di autolesionismo e addirittura suicidio, soprattutto tra i più giovani (solo in Italia, nel 2025, si stima che 1 adolescente su 5 sia stato protagonista di episodi di autolesionismo – dati SINPIA confermati anche dall’UNICEF, che ha evidenziato che, nella nostra penisola, circa il 16% di ragazzi e bambini tra i 10 e i 19 anni soffrono di problemi legati alla salute mentale).
In molti attribuiscono l’incremento di tali fenomeni ed una difficoltà nella fruizione delle nuove tecnologie di comunicazione; tuttavia, storicamente, ogni innovazione è sempre stata accompagnata da remore e preoccupazioni: sovviene a riguardo citare l’avvento dei walkman degli anni ’80 e la paura che i giovani, muniti di cuffie, si isolassero completamente dal mondo esterno sociale, ma andando un po’ più indietro nel tempo basti pensare all’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg che ha suscitato inquietudine di perdere l’arte dello scrivere, o l’invenzione della scrittura stessa nell’antica Grecia per motivi analoghi -> mito di Toth…; e l’innovazione tecnologica e l’avvento della digitalizzazione non fa eccezione in tutto questo ingranaggio, anzi, se vogliamo, le remore e le preoccupazioni oggi sono rincarate perché la società attuale è caratterizzata da un’estrema velocità di progresso; si può dire che da una singola generazione ad un’altra, (e che oggi convivono ancora insieme) siano cambiati i modi di pensare, ragionare e approcciarsi al mondo esterno, un unicum nella storia mondiale.
La parola “neurodiversità” significa anche questo: avvertire e sentire propri dei bisogni completamente diversi dagli adolescenti delle altre generazioni e quindi dagli adulti che li circondano. Per esempio, la nostra è la prima generazione a stare vivendo la pubertà con gli smartphone, con internet in un ventaglio di universi paralleli a portata di un semplice clic.
Un argomento sul quale ci tengo a soffermarsi e spendere qualche parola, riguarda il fatto che molto spesso si sente dire che ai giovani di oggi manca la curiosità e che i loro impulsi, slanci o interessi si sono man mano affievoliti nel corso del tempo con l’avvento del digitale, ma probabilmente la verità dietro questo “problema” non è tanto la mancanza di curiosità o interesse, quanto banalmente il fatto che ora non c’è quasi più bisogno di essere curiosi perché ricevere risposte alle domande oggi è molto, ma molto più facile rispetto al passato: bastano poche indicazioni su una barra di ricerca. Così come in ogni innovazione tecnologica, l’impatto della digitalizzazione sulla società l’ha trasformata in questi termini. Il rovescio della medaglia? L’esposizione a problematiche derivanti dai dispositivi digitali che vanno ad intaccare il benessere mentale di cui cito solamente alcuni: fake news, deep fake, privacy e phubbing… in un gioco perverso nel quale non si ricorre più alla naturale connessione dei neuroni umani, che via via potrebbero assuefarso e cedere il posto a ragionamenti sfornati direttamente da un algoritmo.
Lo stesso padre dell’intelligenza artificiale, ultima tappa di questo velocissimo progresso tecnologico, l’inglese Geoffrey Hinton, vincitore del premio Nobel per la fisica nel 2024, negli ultimi tempi ha cominciato a sentirsi a disagio e a dubitare di questo cambiamento, perché è chiaro che ci sono i pro e i contro: un risvolto positivo è sicuramente l’apporto dell’IA nel mondo della medicina; tuttavia sono presenti anche rischi potenzialmente alti, ed è proprio per questo che Hinton, lo scorso anno, ha deciso di dimettersi da vicepresidente Google, azienda per la quale lavorava, per poter parlare liberamente del suo scetticismo ed esporre i potenziali rischi di questo mondo: ha confessato, infatti, durante la conferenza stampa telefonica per il conferimento del prestigioso premio, di essersi parzialmente pentito del lavoro che ha fatto anche perché non sa cosa questo futuro riserverà all’umanità.
Il mio intento, tuttavia, per questo lavoro, è quello di analizzare ed interpretare questi segnali e dati con un apporto critico, tentando di rispondere e fornire delle risposte ad interrogativi ostici come definire che cosa significa benessere mentale, e ho scelto di provare a farlo fornendo a mia volta, altri interrogativi: come è possibile che solamente negli ultimi anni si sia concentrata l’attenzione su questo tipo di problematiche divenute anche oggetto di dibattito pubblico? Perché in passato non sono mai emerse come ad oggi? Non esistevano proprio oppure venivano, magari ingenuamente, occultate e trascurate? È chiaro che fornire una risposta universale a questo tipo di interrogativi è estremamente complicato. Quello che mi sento di esprimere a tal proposito, dalla prospettiva di un giovane che si sente addentro alla problematica perché, sebbene abbia sempre fatto fatica ad ammetterlo in passato (oggi meno) ha sofferto molto di problemi che hanno alterato il proprio benessere mentale che, fondamentalmente, percepisco come uno stare bene con la tua persona e interiorità, indipendentemente da ciò che dicano o pensino gli altri, e che, senza dubbio, in passato problematiche analoghe già esistevano, magari scaturite da malesseri differenti; tuttavia i mezzi di comunicazione dell’epoca non erano affatto sviluppati come quelli attuali: oggi si vive letteralmente “bombardati” da fiumane di notizie senza soluzione di continuità (è l’effetto del “doomscrolling”), il che ha reso possibile che tanti disagi fuoriuscissero diventando oggetto di discussione.
Oggi viviamo nella cosiddetta “cultura della fretta”, in cui le relazioni e le certezze sono sottoposte a continui cambiamenti che generano un senso di precarietà, soprattutto nelle giovani generazioni. Il filosofo francese Galibert parla proprio di “cronofagia”: la sensazione di sentirsi proprio divorati dal tempo e incapaci di esprimere i propri disagi interiori, una tendenza molto diffusa tra i giovani (e che ha colpito anche il mio io), in una società “frenetica”. Questo contesto sociale rappresenta terreno fertile per la nascita e la proliferazione di fenomeni come la depressione, l’abbandono scolastico e, nei casi più gravi, il ritiro sociale estremo (Hikikomori-> termine giapponese).
Esistono però anche alcuni segnali incoraggianti, su tutti il fatto che le nuove generazioni sembrano ben più disposte a parlare del proprio disagio, riconoscerlo e condividerlo, rompendo il silenzio che spesso circondava le fragilità interiori del passato; ben venga dunque, sotto questo aspetto, la diffusione dei mezzi di comunicazione.
A questo proposito, anche la musica ha avuto un impatto estremamente incoraggiante: secondo “Rai Cultura”, il 29% dei giovani hanno migliorato il proprio benessere psicologico grazie alla musica che risulta essere uno strumento estremamente utile nel contribuire al benessere psicofisico, (io rientro tra questi).
L’autore che abbiamo citato in esordio Haidt, tuttavia, non si limita a descrivere i fenomeni: attraverso i suoi studi intende guidarci verso una comprensione profonda di come le dinamiche sociali, tecnologiche e culturali stanno riscrivendo i percorsi infantili e adolescenziali di una generazione che comincia a far fatica a reggere il peso delle aspettative.
Il superamento di tale fenomeno richiede una maggiore consapevolezza e necessita di un cambiamento dell’intero paradigma culturale. Molta strada è stata fatta in questi decenni nelle società civili al fine di raggiungere tale consapevolezza, ma forse molta ancora ce n’è da fare.
In Italia, la pietra miliare è l’articolo 32 della nostra Costituzione, che tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo, il benessere mentale è parte integrante del diritto alla salute. Un’altra tappa fondamentale è la “Legge Basaglia” del ’78 che abolì l’istituto dei manicomi, aprendo la strada a un nuovo approccio fondato sulla dignità del singolo e sull’inclusione.
Anche il mondo della scuola non si è sottratto a riguardo, considerando l’impianto normativo che la supporta: con la “Legge 118” del ’71 i bambini disabili sono stati inclusi nelle classi, superando le famose “scuole speciali” e la “Legge 517” del ’77 ha introdotto la figura del docente di sostegno specializzato.
Senza dubbio, però la normativa che supporta l’inclusione scolastica è la “Legge 104” del ’92 (Legge quadro) che garantisce il diritto all’istruzione a tutti e il PEI (piano educativo individualizzato). Quelli che prima erano considerati alunni “H”, cioè portatori di handicap, che vuol dire svantaggio, oggi sono dis-abili, e ciò che va assolutamente fatto è valorizzare i loro punti di forza contribuendo al benessere mentale, e non le debolezze: soltanto una società civile non permette ad una diversa abilità di diventare uno svantaggio!
A tal proposito, si può riflettere che tutti noi siamo “neurodiversi”, nessuno escluso. Da questo punto di vista (che potremmo definire darwiniano-evoluzionista), questa forma di biodiversità è un fatto positivo che ci preserva dall’omologazione e dal ragionamento unico, e questo va assolutamente preservato e protetto.
È chiaro che giuristi, politici o esperti in materia possono promulgare tante leggi a tutela di tutti i diritti umani (sotto questo aspetto l’Italia ha un impianto normativo che non è secondo a nessun paese del mondo e di questo dobbiamo esserne fieri!), ma se manca una società accogliente e di supporto al benessere mentale di tutti, gli sforzi fatti a livello giuridico risulteranno solamente vani -> Dis-abile x il Ben-Essere.
Ne deriva, quindi, una stretta correlazione tra benessere del singolo individuo e benessere della società nel suo complesso. Una condizione implica l’altra: senza un benessere del singolo individuo non potrà mai esistere un benessere sociale; analogamente, se la società non garantisce il benessere al singolo individuo, essa stessa risulterà sofferente. Una tematica delicata come questa è stata affrontata, nel corso dei loro studi, da pensatori del calibro di Karl Marx, che ritiene che il benessere del singolo non sia un concetto isolato, ma strettamente legato alla sua realizzazione come essere sociale, ma soprattutto alla sua capacità di esprimere la propria natura produttiva creativamente in una società non alienata. Tuttavia, sebbene c’entri il suo pensiero con questo discorso, Marx impronta tutto il suo ragionamento sul benessere in un ambito prettamente materialista e correlato al “lavoro”.
Sarà un altro pensatore molto rilevante, quasi coevo a Marx, il francese Émile Durkheim, uno dei padri fondatori della sociologia, a ragionare in termini più individualistici, interiori e correlati al benessere mentale: egli percepisce quest’ultimo come una completa integrazione sociale. Per Durkheim, l’individuo trae benessere dall’essere parte di un ordine sociale che lo fa sentire integrato.
Quando questi legami sociali si indeboliscono, o addirittura si rompono, l’individuo sperimenta uno stato di “anomia”, ovvero l’assenza o la confusione delle norme. In queste condizioni gli individui possono sentirsi disorientati, ansiosi o privi di un qualunque scopo perché i loro desideri non sono più regolati da limiti sociali.
Per concludere, trovo interessante andare a citare uno studio del pensatore francese riguardante la tematica del suicidio (l’espressione massima del disagio) di cui abbiamo parlato già prima. Nel suo studio, intitolato appunto “Il suicidio”, Durkheim dimostra, dati alla mano, che i tassi di suicidio variano a seconda del livello di integrazione e coesione sociale. L’individuo da solo, secondo Durkheim, non è in grado di riconoscere ciò che contribuisce al proprio benessere e della società. È solo il processo di assimilazione di norme morali (non legislative) collettive a creare un senso di ordine interno e, di conseguenza, di benessere.
La società di oggi sta andando nella direzione giusta secondo la strada tracciata da questi colossi del passato? Personalmente, la mia risposta è un “nì”, molto altro ancora potrebbe essere fatto. Provo a contestualizzare questa mia risposta stentata e poco convinta nell’ambiente e nella realtà in cui mi trovo abitualmente a vivere e frequentare, ossia quella di uno studente di liceo che a breve diventerà un universitario: sebbene gli strumenti di supporto e aiuto nel favorire un benessere mentale esistano e non sono pochi (non voglio ripetermi), quando io mi sono sentito estremamente schiacciato dal peso della vita che passava davanti ai miei occhi facendomi sentire impotente e inerme, io non ho trovato, da parte della società che mi circonda, ahimè, un vero aiuto che avesse fatto sì di sentirmi integrato. Ragionando in termini di Durkheim, ciò che più mi ha fatto soffrire è stata la mancanza di limiti sociali che potessero regolare i miei impulsi e desideri. Per fortuna poi sono riuscito ad uscire dallo stato più acuto, tuttavia, con la mia esperienza, sento di poter affermare che le problematiche emerse oltre un secolo fa, con Marx e Durkheim, oggi continuano ad esistere. È innegabile, considerevoli passi in avanti sono stati fatti in questi termini, ma…
In ogni caso questa era solo la mia chiave interpretativa, ma “ai posteri l’ardua sentenza”.
Premiazione Concorso Ambasciatori dei Diritti Umani 1
Premiazione Concorso Ambasciatori dei Diritti Umani 2
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